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TTIP e CETA: panacea o minaccia per le economie atlantiche?

Il Partenariato Trans-Atlantico del Commercio e degli Investimenti (TTIP) è un accordo tra Europa e Stati Uniti d’America che intende ‘liberalizzare’ gli scambi e gli investimenti economici e finanziari tra i due soggetti, ben oltre i livelli attuali, e rappresentare il punto di svolta dell’organizzazione delle attività economiche e finanziarie mondiali. Assumere una posizione informata sugli obiettivi e sulle implicazioni socio-economiche pro e contro l’intesa, è però impresa ardua, a causa di una peculiare caratteristica delle attività negoziali, dell’avanzamento dei lavori e di posizioni ed obiettivi delle parti, ormai tipica negli accordi internazionali sul commercio con la controparte statunitense: la segretezza[1], chiesta ed ottenuta sin dall’inizio dei negoziati dal rappresentante del Governo USA L. Daniel Mullaney al capo dei negoziatori europei Ignacio Garcia Bercero[2], in esecuzione il 5 luglio 2013 delle direttive del presidente Obama e della sua Amministrazione –che purtuttavia riteneva (e si presume continui a ritenere) “la trasparenza un principio importante”. Sono secretati da parte statunitense tutti gli atti negoziali e i loro sviluppi, i documenti preparatori, ed ogni altro atto di una certa rilevanza per le trattative; la stessa amministrazione elargisce poi indicazioni sulle modalità di trattamento di ogni documento scambiato con la controparte europea che agisce parimenti. L’Europa non è da meno: nonostante le campagne e le opinioni politiche contrarie, resta in vigore il divieto europeo di pubblicazione trentennale dei documenti negoziali[3], unito a quello quinquennale del Governo USA, almeno fino a quando non sarà accettata dalla Commissione (che continua ad opporvisi con giustificazione della bilateralità dei negoziati che sfuggirebbero così al diritto europeo[4]) la European Citizens’ Initiative (ECI) che aveva raggiunto il milione di firme necessario per tale iniziativa popolare già dopo due mesi dal suo lancio nel luglio 2014 (cfr. infra).

Del resto, tanta segretezza ha causato non pochi problemi alla Commissione Europea la quale, a seguito delle vibrate proteste popolari e politiche su tale impostazione di accordi che nel bene o nel male sono destinati a incidere profondamente sulle vite, gli scenari futuri e le strategie socio-economiche dell’Unione, ha dovuto organizzare una campagna di pubbliche relazioni per contrastare l’onda di protesta e di sdegno, la cosiddetta “Transparency Initiative[5].  È stata inaugurata una apposita sezione del sito Web della Commissione[6] per una costante, quanto superficiale e ridondante informazione sul negoziato, e attivato il coinvolgimento delle parti sociali rappresentate da oltre un centinaio di associazioni ed altri soggetti.

Peccato che le pubblicazioni offerte dalla CE sul TTIP riguardino solo aspetti introduttivi ed esplicativi degli argomenti trattati ovvero le posizioni dei negoziatori europei su temi di scarso allarme sociale, ambientale, giuridico, etc. Ogni documento ‘sensibile’ per contenuti, obiettivi o conclusioni sulle materie trattate con la controparte a stelle e strisce è accuratamente secretato –come per esempio: i draft o consolidated text, che diventano la base del testo definitivo; il testo definitivo, che sarà svelato solo al termine dei negoziati; le posizioni della CE su questioni ‘sensibili’ come servizi e tariffe pubblici, dei quali persino i settori di applicazione son tenuti riservati. Nulla di tutto ciò è stato adottato dall’Amministrazione Obama, ufficialmente attenta alle esigenze della trasparenza, pur nella consapevolezza della innocua superficialità di simili strategie comunicative.

E così, i membri del Consiglio e del Parlamento Europeo vengono parzialmente informati ex post rispetto alle decisioni, non senza proteste e voci critiche[7]. Ne viene in questo modo limitato l’esercizio delle loro prerogative democratiche di indirizzo e controllo, e son tenuti alla massima riservatezza sui documenti ricevuti, che non sono integralmente visionabili[8]; quando lo sono ciò è previsto avvenga in stanze di lettura speciali presso le ambasciate USA (sotto il controllo del loro personale per due ore in due giorni a settimana previo appuntamento[9]), dove è vietato introdurre qualsiasi mezzo atto alla registrazione audio o video ovvero fare menzione alcuna delle informazioni acquisite[10]. Testi e posizioni USA sul TTIP sono ovviamente vietati ai rappresentanti delle istituzioni europee. Sfortunatamente per loro, un pugno di carte riservate è stato rivelato da Wikileaks, dal partito dei Verdi[11] e da Corporate Europe (cit.), mentre studiosi e istituzioni di ricerca e della società civile effettuano un monitoraggio continuo dello stato degli accordi attraverso le loro fonti (ovviamente riservate), pubblicando studi ed analisi in continuo aggiornamento[12].

In caso di approvazione del trattato, però, la ‘regulatory cooperation’ verrà in soccorso alle imprese e ai legislatori sia nel concreto della legislazione che della comunicazione pubblica sulle materie più delicate, consentendo per esempio di negoziare la liberalizzazione degli OGM o il principio (tutto europeo) di precauzione in apposite stanze dei bottoni dove le lobby avranno il driving seat nelle trattative bilaterali per l’aggiornamento continuo delle normative. Con il rischio di privare o comunque limitare l’azione dei rappresentanti liberamente eletti dai cittadini, spostando il centro di potere normativo in discrete strutture burocratiche, come il previsto Regulatory Cooperation Council composto da funzionari provenienti dal Segretariato Generale della Commissione Europea, Autorità del commercio USA e UE e l’US Office of Information and Regulatory.

Questa entità, completamente nuova nel panorama mondiale per caratteristiche e poteri, sarebbe gestita da burocrati con l’enorme potere di promuovere, fermare o modificare la legislazione dei Partner. Nel percorso immaginato dai negoziatori, ogni proposta legislativa sarà preventivamente analizzata dall’agenzia nei suoi impatti sul commercio e un report raccomanderà al legislatore ogni opportuna modifica delle eventuali possibili cause di interferenza e/o pregiudizio agli affari. Con le enormi conseguenze che ognuno può immaginare. Prima di notificare una proposta legislativa le parti dovranno inoltre informare l’altra, aprendo le porte ad azioni lobbistiche da ogni direzione e alle ISDS (Investor-State Dispute Settlement, cfr. infra[13]), o quanto meno a forme di minaccia che ventilerebbero il successivo esercizio.

In omaggio alla propria strategia di trasparenza[14], la Commissione punta molto sulle ‘consultazioni’ di esperti, cioè gruppi di consulenti generalmente permeati dalle lobby che avranno un peso ancora maggiore dell’odierno nell’orientare le scelte legislative e regolamentari. BusinessEurope e la Camera di Commercio USA avrebbero proposto alla Commissione di assicurare ‘privileged access’ ai decision makers nella regulatory cooperation, -addirittura assegnando ai propri un ruolo di consulenza formale e preferenziale, secondo quanto emerge da appunti di una di queste riunioni tenutasi nel novembre 2012. Nel commentare i documenti svelati nel 2014 (cit.) contenenti le linee guida al Consiglio dei Ministri d’Europa per l’impostazione negoziale con le controparti USA, con particolare attenzione agli ISDS, i Verdi tedeschi lamentano come gli investitori e le aziende vengano protetti ed assistiti da speciali diritti nelle controversie mettendo in secondo piano i diritti delle persone e dell’ambiente. Ed in effetti nei documenti del Consiglio si sostiene che “gli accordi devono creare un meccanismo efficace per risolvere le dispute tra investitori e Stati”. Tali arbitrati “devono garantire un giusto ed equo trattamento, inclusa la proibizione di misure sproporzionate, arbitrarie o discriminatorie”.

La declinazione pratica della definizione dei concetti di “giusto”, “equo”, “sproporzionato”, “arbitrario” o “discriminatorio”, viene così affidata all’acume e alle parcelle degli avvocati d’affari. Per questo motivo, diversi parlamentati europei dei Verdi e della Sinistra si sono attivati contro una simile impostazione che garantirebbe, a loro giudizio, supremazia legale assoluta e duratura delle imprese sugli ordinamenti e i diritti fondamentali faticosamente conquistati dalle democrazie europee nel corso di secoli. Per fare un esempio dei rischi legali per gli Stati a seguito di uno studio del 2014[15], l’esponente dei Verdi Europei Ska Keller[16] ha avvertito che il TTIP spalancherà le porte a richieste miliardarie di danni da parte delle compagnie oil & gas per i divieti di fracking (fatturazione idraulica delle rocce di scisto per ricavarne olii bituminosi e gas) vigenti in Europa (come accaduto al Canada, cit.).

A prescindere dal contesto politico, per valutare i benefici sistemici da un accordo sul commercio così pervasivo nel contesto democratico come il TTIP, bisogna concentrarsi su effetti ed impatti attesi, almeno quelli socio-economici vista la natura del trattato, e sui contenuti. Dando uno sguardo alle implicazioni socio-economiche attese, saltano all’occhio gli errori di stima delle analisi d’impatto e delle previsioni ufficiali[17], dei quali il parlamento Europeo ha concluso nel 2014 una valutazione ex-ante delle rispettive analisi d’impatto[18], secondo cui il TTIPP avrebbe dovuto rappresentare un poderoso stimolo per migliorare le prospettive economiche nei Paesi aderenti[19]. Tali analisi, prive di accenni e comparazioni col fallimentare precursore nordamericano, il NAFTA, non riescono a precludere la verifica, ad una esaustiva lettura, della possibile perdita di circa un milione di posti di lavoro entro una decade dall’avvio del trattato[20]. Di questi, 600.000 persi solo in Europa. La Commissione Europea non ha dato eccessivo rilievo a questi dati[21], quanto invece all’incarico assegnato ad una società privata (la Ecorys) di stilare una valutazione di impatto ambientale[22] che, inizialmente prevista per il 2014, è stata alfine spostata al termine del 2015, in linea con il prolungamento dei lavori[23]. Resta da valutare l’opportunità di scegliere la stessa società che nel 2009 aveva già effettuato uno studio sui vantaggi in termini di PIL europeo dalla eliminazione di barriere commerciali, che è stata alla base della arcinota valutazione di impatto effettuata dal CEPR di Londra sul TTIP[24].

Gli scenari ufficiali sono stati demoliti da vari economisti[25] come il già citato Jeronim Capaldo. Nell’analisi di quest’ultimo, viene confermata la perdita di 600.000 posti di lavoro in Europa quale effetto diretto dell’accordo TTIP, abbinato a sensibili riduzioni di reddito da lavoro in Francia (-5-500 euro per lavoratore), Germania (-3.400 euro), UK (-4.200 euro) e negli altri Paesi del Nord Europa (-4.800 euro in media), alla contrazione del PIL (-0,50% nei Paesi del Nord seguiti dalla Francia con –0,48% e Germania con –0,29%), e infine al crollo delle entrate in tutti i Paesi Europei. Ma tra gli effetti più stupefacenti vi è di sicuro il crollo delle quote nette di export delle economie del Nord Europa pari al 2,07% del PIL in dieci anni (e all’1,9% in Francia, all’1,14% in Germania e allo 0,95% in UK. Altri impatti negativi evidenziati da questa ricerca sono la generalizzata riduzione del reddito disponibile, l’incremento dell’instabilità finanziaria (ne accenniamo brevemente nel seguito, anche se si dovrebbe dedicarle un trattato a parte), l’accentuata riduzione della quota di PIL generata dal lavoro (per un 8% del PIL addirittura trasferito dal lavoro alla rendita da capitale in Francia, 7% in UK e 4% in Germania), la perdita di entrate fiscali e l’incremento del deficit in tutti i Paesi europei, nonché una generale dinamica potenzialmente destabilizzante del valore degli investimenti. Capaldo conclude il suo lavoro con la mesta considerazione che: ”evaluated with the United Nations model, TTIP appears to favor economic dis-integration, rather than integration, in Europe. At a minimum, this shows that official studies do not offer a solid basis for an informed decision on TTIP”.

Osservando brevemente obiettivi e contenuti del futuro accordo tratti dalle fonti ufficiali e da quelle alternative, si rileva innanzitutto che il suo obiettivo principale è quello di rimuovere ogni ‘barriera’ regolamentare al commercio, anche quando esistente o disposta dagli Stati o dall’Unione per la protezione dei più elevati (o semplicemente fondamentali) diritti dei cittadini come il lavoro, la salute, l’ambiente, la sicurezza etc., “armonizzando” i regimi delle parti in modo da eliminare ogni “unwanted restriction” al business. L’effetto auspicato di simile allineamento sarebbe la corsa al ribasso verso la minore o assente regolamentazione secondo il principio del “minor comune denominatore” (sul quale l’Europa non ha nulla da insegnare agli USA, maestri di de-regulation) e il conseguente svantaggio competitivo delle imprese europee rispetto a quelle statunitensi.

A proposito delle eliminazione delle unwanted restrictions entra in azione uno dei meccanismi più controversi del trattato in discussione: i nuovi criteri concepiti per regolare le dispute tra Stati sovrani e soggetti economici esteri (normalmente di diritto privato –ISDS, cit.) al di fuori della normale giurisdizione statale in arbitrati internazionali sotto l’egida del trattato e suoi progressivi aggiornamenti, che la Commissaria al Commercio Cecilia Malmström in occasione del proprio insediamento aveva dichiarato al Parlamento Europeo di voler cassare dai negoziati (“No investor-state dispute settlement mechanism will be part of that agreement”), e che sono invece stati rilanciati in campo dal Presidente Juncker che, con atto di suo pugno, sostituì la posizione della Commissaria con dichiarazioni ben più concilianti verso le richieste statunitensi di apertura europea (Hilary, 2015). A seguito di questo incidente, la Commissaria non venne automaticamente confermata dal Parlamento nella sua posizione, e dovette attendere un apposito voto della Commissione Commercio.

Nel frattempo, la Commissione annunciava che erano stati conclusi i paralleli e similari accordi del CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement[26]) con il Canada, i cui negoziati erano stati avviati nel 2009. La presentazione del trattato avviene ad Ottawa il 26 settembre 2014, nonostante la partita sulle ISDS non fosse ancora puntualmente definita[27]. Nel frattempo una consultazione pubblica europea ha bocciato con il 97% (su 150.000 partecipanti) l’inclusione degli ISDS nel TTIP[28] e quasi un milione novecentomila cittadini avevano firmato la European Citizen’s Initiative contro il trattato in generale[29] agli inizi di maggio 2015. Mentre gli USA insistono per la loro inclusione integrale nel trattato, la Commissione Europea continua le consultazioni su come ‘migliorare’ gli ISDS. La loro inclusione nel trattato sembra ormai scontata, anche se il governo tedesco ha levato la sua voce in opposizione chiedendo il mantenimento della giurisdizione ordinaria, e alcuni studiosi statunitensi tra cui Resnik e Stiglitz hanno inviato una “supplica” al congresso USA per abbandonare il progetto di ISDS[30].

Nella versione attualmente in discussione degli ISDS, la possibilità offerta alle aziende di ricorrere a speciali arbitrati in caso di controversie su regole, limiti ed ogni altra unwanted restriction bypassando la normale giurisdizione degli Stati aderenti, è sembrata davvero troppo penalizzante persino a templi del capitalismo liberale come la London School of Economics. Nella valutazione d’impatto sugli ISDS[31] commissionata alla prestigiosa università dal Parlamento britannico emerge come essi possano minare le scelte di politica nazionale, comportare costi aggiuntivi e minacciare in sostanza le stesse regole democratiche come dimostrato dagli oltre 540 casi di ISDS trattati in altri accordi bilaterali[32], incluso il NAFTA. L’analisi dimostra che l’inclusione degli ISDS nel TTIP esporrebbe il Regno Unito a costi e rischi persino maggiori di quelli patiti dal Canada nel NAFTA, mentre sarebbe altamente improbabile che essa porti investimenti addizionali. In nessun precedente trattato, infatti, gli USA hanno incrementato i flussi di investimento verso i Partner e nessun segnale dimostra che farebbero il contrario nel caso del TTIP. L’analisi d’impatto si chiude con la raccomandazione al governo britannico di ripensare integralmente la strategia di protezione degli investimenti alla base degli ISDS. Calcolando infine che circa 3.300 aziende europee hanno società controllate in USA e circa 14.400 aziende americane[33] hanno controllate in Europa, Public Citizen valuta che a seguito del TTIP almeno 75.000 (grandi) aziende potrebbero trascinare in giudizio gli Stati aderenti[34]. Del resto i tre Paesi aderenti al NAFTA sono al vertice dei primi undici al mondo per entità delle sfide arbitrali lanciate dalle aziende in base agli ISDS esistenti (cfr. nota 30).

Il TTIP pone una concreta minaccia a servizi e infrastrutture pubblici, se resta confermata, come sembrerebbe, l’inclusione della sanità, dell’istruzione, dei servizi postali e dei rifiuti nel trattato. Resterebbero esclusi i soli servizi audiovisivi per l’insistenza della Francia. Neanche le valutazioni ufficiali, del resto, assegnano al trattato stupefacenti benefici economici: dallo studio del CEPR commissionato dal governo britannico nel 2013, risulta che l’abolizione del 75% delle barriere industriali nei principali settori entro il 2027 (cioè ben oltre quanto si propone il TTIP) porterebbe un modesto incremento degli investimenti e del PIL di 10 miliardi di sterline. Cifra oltretutto contestata dal precedente ministro Ken Clarke. Nell’Europa dei 28, la versione più aggressiva del TTIP non sposterebbe il PIL al di là di un poco significativo +0,5%, cioè 120 miliardi di euro in totale nel lungo termine.

Il TTIP intende “abbattere le barriere” anche in campo finanziario, ovviamente. Con il risultato di indebolire la regolamentazione dei mercati su entrambe le sponde dell’Atlantico secondo molti, tra cui l’Osservatorio Corporate Europe[35], che trae il suo giudizio anche dalla rivelazione di documenti riservati[36]. Il cavallo di Troia sarebbe anche in questo caso la regulatory cooperation. Con ogni probabilità l’introduzione del TTIP nella sua formula attuale porterebbe ad un incremento dell’instabilità finanziaria e all’accumulo di disuguaglianze nei Paesi aderenti e al di fuori. Con la riduzione prevista delle entrate fiscali, dei profitti export e della quota di lavoro della ricchezza, la domanda andrà sostenuta da investimenti e profitti. Ma con i trend di consumo stagnanti i profitti non si possono certo attendere da incrementi delle vendite. Pertanto, ipotizza Capaldo (cit.), ci si può realisticamente attendersi che i profitti e gli investimenti (in gran parte in asset finanziari) saranno sostenuti da aumenti dei prezzi. Ed è in effetti questo l’obiettivo attuale della BCE con il quantitative easing da 60 miliardi al mese. Sfortunatamente il potenziale di crisi di tali impostazioni macroeconomiche “per la crescita” si è manifestato in tutti i suoi peggiori aspetti negli ultimi anni.

Alla luce delle analisi condotte sulle analisi ufficiali d’impatto si può concordare con alcuni studiosi, come il Capaldo, sul fatto che le metodologie adottate risultano di debole sostegno alle loro previsioni sui benefici del TTIP e che, d’altronde, quando vengono utilizzati modelli più realistici i risultati attesi cambiano drammaticamente in peggio. Senza voler prescindere dall’inevitabile premessa che aumentare i volumi degli scambi non implica un necessario stimolo alla cosiddetta ‘crescita’ né tantomeno allo sviluppo sostenibile dell’Europa, specie in una fase di austerità, elevata disoccupazione e recessione/stagnazione destinate a durare, è evidente che aumentare la pressione sui redditi da lavoro, come il TTIP minaccia di fare, può solo peggiorare la situazione.

Pur in assenza di valutazione definitiva sul trattato, dato che non è possibile accedere ai suoi contenuti oggettivi se non parzialmente nelle forme descritte, bisogna comunque sottolineare che è proprio questa limitazione, insieme a quanto trapela sui meccanismi di ISDS regulatory cooperation, a gettare sconcerto nell’opinione pubblica e soprattutto tra gli ‘addetti ai lavori’.

La segretezza che avvolge le trattative, pur tra le velleitarie contro-dichiarazioni sbandierate dai negoziatori, rende di per sé inammissibile la stessa natura e le finalità dell’intesa in atto e costituisce una concreta minaccia agli ordinamenti democratici degli Stati dell’Unione.

I meccanismi ISDS che si vogliono implementare consentirebbero di creare una linea di giustizia preferenziale per le imprese multinazionali rispetto quella applicata al resto dei cittadini e imprese.

La regulatory cooperation sottrarrebbe quote di autonomia legislativa agli organismi rappresentativi di Stati e Unione Europea.

Occorre pertanto una presa di coscienza e di posizione dei cittadini europei nei confronti del TTIP e del CETA e delle istituzioni che li promuovono, affinché si possa insieme riavvolgere il nastro delle trattative e riportare la discussione nell’alveo delle regole democratiche.

In caso contrario, le conseguenze potranno avere una portata devastante, non solo per i contraenti.



[1] Per una visione di quanto stia accadendo intorno alla riservatezza sul trattato, si vedano tra gli altri le attività, le richieste di informazioni dell’Osservatorio Corporate Europe che sta conducendo una accanita battaglia (http://www.corporateeurope.org/).

[3] Il comportamento della Commissione è stato sottoposto a verifica dall’Ombdusman della UE, Emily O’ Reilly[3], la quale ha ritenuto fondate alcune giustificazioni di riservatezza imposte all’accordo, ma allo stesso tempo troppo rilevanti per gli interessi europei le esigenze informative ed ha quindi esortato la CE ad una maggiore trasparenza e a una disclosure integrale della presenza e attività dei lobbisti. (http://www.ombudsman.europa.eu/en/cases/decision.faces/en/58668/html.bookmark). La risposta della CE è stata negativa su quest’ultimo punto, conciliante e possibilista sugli altri. (http://www.ombudsman.europa.eu/en/cases/correspondence.faces/en/59343/html.bookmark).

[6] http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ttip/. In seguito arricchita e modificata in conseguenza del parere dell’Ombdusman Europeo –cfr. infra.

[8] Per una lista dei documenti e dei livelli di segretezza connessi: http://ttip2015.eu/files/content/docs/Full%20documents/MEPs%20access%20to%20TTIP%20documents.pdf.

[9] Copia di una minuta di riunione sul tema la rende disponibile Corporate Europe: http://corporateeurope.org/international-trade/2015/05/ttip-talks-despite-pr-still-under-cloak-secrecy.

[10] Si veda https://www.theparliamentmagazine.eu/articles/news/parliament-round-meps-give-mixed-response-release-ttip-documents per un commento all’ambigua risoluzione adottata per combinare la segretezza richiesta dagli USA con le esigenze di trasparenza delle democrazie europee.

[11] Il documento è stato in origine svelato dai Verdi tedeschi sul sito http://www.ttip-leak.eu/de/i-marktzugang/investitionsschutz.html

[12] Vedasi, per esempio, il monitoraggio costantemente aggiornato e denso di gustose rivelazioni offerto da Hilary, J. The TTIP, an Attack on Jobs, an End to Democracy. Rosa Luxemburg Stiftyung, Bruxelles (http://rosalux-europa.info/publications/books/TTIP_EN/ ). Bruxelles, 2015. Ovvero, la lucida analisi degli effetti (catastrofici) del trattato effettuata con simulazioni di scenari realizzate con le metodologie adottate dall’ONU (UN global Policy Model) da Capaldo, J. nel 2014, nel suo “The TTIP: European Disintegration, Unemployment and Instability”. Working Paper n° 14-03. Global Development and Environment Institute, Tufts University, Medford MA (http://ase.tufts.edu/gdae/policy_research/ttip_simulations.html ).

[13] Per avere un’idea puntuale delle implicazioni, dei costi e dei pericoli di questi arbitrati per gli Stati, si veda il factsheet di Friends of the Earth: http://www.foeeurope.org/sites/default/files/foee_factsheet_isds_oct13.pdf.

[16] Qui il suo intervento al dibattito con il Commissario al Commercio sugli ISDS: https://www.youtube.com/watch?v=zKcap621VMU.

[17] Ttra le posizioni quantitative a favore del TTIP vengono maggiormente citati quattro studi econometrici: Ecorys (2009), CEPR (2013, cfr. nota 17), CEPII (2013) e Bertelsmann Stiftung (2013). Si veda per esempio lo studio del CEPR: Reducing transatlantic  barriers to trade and investment: and economic assessment. Londra, marzo 2013. Per una sintesi a cura della Commissione Europea: http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2013/september/tradoc_151787.pdf. La Raccomandazione della CE al Parlamento si trova qui: http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2013/march/tradoc_150759.pdf.

[19] Pelkmans, J. et al. The Impact of TTIP. The underlying economic model and comparisons. TTIP Series n° 1. Center for European Policy Studies. October 2014.

[22] European Commission. Terms of reference related to a contract to provide a Trade Sustainability Impact Assessment (Trade SIA) in support of negotiations of a comprehensive trade and investment agreement between the European Union and the United States of America. Brussels, 24 July 2013.

[23] Che ora ci si aspetta si concludano nel 2017, con un prolungamento della prima data obiettivo del 2015 a seguito degli ostacoli che gli avversari del trattato sono riusciti a frapporre sul suo percorso

[25] Si vedano per qualche esempio i seguenti autori. Hilary, J. TTIP: No Public Benefits, But Major Costs. London, September 2014. De Ville, F., Siles-Brügge, G.,  The EU-US Transatlantic Trade and Investment Partnership and the Role of Trade Impact Assessments: Managing Fictional Expectations. 55th International Studies Association Annual Convention. Toronto, 26-29 March 2014. Assessing the Claimed Benefits of the Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP). Austrian Foundation for Development Research. Vienna, April 2014. Grumiller, J. A. Ex-ante versus ex-post assessments of the economic benefits of Free Trade Agreements: lessons from the North American Free Trade Agreement (NAFTA). Austrian Foundation for Development Research. Vienna, May 2014. Per una sintesi: http://www.waronwant.org/attachments/TTIP%20mythbuster,%20Sept%202014.pdf.

[27] Dopo l’attuale fase di verifica legale, il trattato sarà trasmesso al Parlamento Europeo e, successivamente, ai Parlamenti dei 28 Stati membri per le rispettive ratifiche, nel caso venga riconosciuto al CETA (come al TTIP) lo status di mixed agreement dalla Corte Europea di giustizia cui si è appellata la Commissione. In caso contrario occorrerà il voto di Strasburgo per la sua piena efficacia, mentre nel primo caso la Commissione potrebbe comunque introdurre provvisoriamente le nuove norme anche in assenza di voto nazionale nei Paesi membri.

[29] Per il conteggio aggiornato run-time si veda il sito della campagna Stop-TTIP: https://stop-ttip.org/.

[31] London School of Economics. Costs and benefits of an EU-USA Investment Protection Treaty. London, April 2013.

[32] Per avere un’idea si consideri che la Germania sta fronteggiando un arbitrato del tipo ISDS per miliardi di dollari con la Vattenfall svedese a seguito della decisione di dismettere l’energia nucleare (cfr. http://www.spiegel.de/international/germany/vattenfall-vs-germany-nuclear-phase-out-faces-billion-euro-lawsuit-a-795466.html). Tra gli altri casi famosi si segnalano le dispute di Lone Pine contro il Quebec per i divieti di fracking, il rifiuto della Chevron di adempiere alle proprie obbligazioni a disinquinare e riparare i danni causati dalle proprie estrazioni in Ecuador, la contestazione da parte della Philip Morris delle leggi sul fumo e il tabacco dell’Australia e l’Uruguay.

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